Dimenticare è umano

La memoria collettiva è una caratteristica peculiare della civiltà umana. L’esigenza di conoscere la vita e le vicissitudini dei propri avi non è collegabile con funzioni concrete, anche perché, spesso, ci limitiamo al mero apprendimento di elenchi di date e nomi, senza tenere in mente le scottature e gli errori. È diversa dalle nozioni che si tramandano gli elefanti, ripercorrendo antichi sentieri e tastando gli scheletri sbianchiti dei loro nonni, ed oltrepassa pure l’intelligenza comune che sembra governare le api, come se facessero parte di un unico, complesso organismo. Imparando a memoria cifre, giorni di battaglie e di dichiarazioni di pace, studiando all’esasperazione le glorie della storia antica, frutto della più accurata cernita dei secoli, ci illudiamo di conoscerci, di avere il controllo dell’umanità, convinti che la nostra stanzetta buia ci farà meno paura, se ne abbiamo studiato la progettazione e la piantina, anche se non sappiamo chi l’ha disegnata.

Eppure, secondo la legge dei contrasti, abbiamo anche l’incredibile facoltà di dimenticare. Come ogni opere della natura, non è negativa, non nella sua totalità. L’oblio è fondamentale per molti istanti della nostra vita, a cominciare dalla nascita: che cosa c’è di più traumatico di essere espulsi da un caldo universo ovattato e ricevere subito una sculacciata da un comitato di benvenuto provvisto di camice e mascherine? Un simile ricordo ci perseguiterebbe per il resto della nostra vita! La capacità di archiviare in uno sgabuzzino senza chiave ci soccorre nei periodi più bui, aiutandoci a concentrarsi sul presente. Ma, a volte, lo sgabuzzino oscuro diventa ingordo e fagocita ogni barlume lasciato incustodito: così spariscono e risorgono le mode, si ripetono alla nausea gli stessi copioni (sempre riproposti come nuovi), certe notizie si incagliano in prima pagina, mentre altre, magari persino più rilevanti, sprofondano sempre più in fondo al giornale, svaniscono nei titoli di coda dei telegiornali. Così, l’Italia si ferma per una settimana per commemorare un politico deceduto in età avanzata, ma dimentica in fretta il Darfur, il terremoto di Haiti, il Tibet. Sì, il Tibet è proprio un esempio eclatante: nel 2008 il mondo, destato dalla protesta dei monaci, è rimasto con il fiato sospeso per il destino del popolo tibetano, tifando per la rivolta arancione. Però i giorni scorrono veloci, l’attenzione del pubblico vola da un argomento all’altro, e l’urlo di libertà si è affievolito, fino a ridursi in un sussurro, raramente ripescato per riempire il vuoto tra due servizi. Ma il tempo passa e le notizie che non fanno Auditel o grandi numeri tramontano in fretta, stelle cadenti destinate brillare solo per un istante. E la storia continua.

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Una risposta a “Dimenticare è umano

  1. per essere il tuo primo blog, mi sembra un buon inizio, ha stimolato la mia curiosità.

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