Jeff Buckley – Dream Brother

Yes, I dream, Brother!

La musica si fonde perfettamente con questa notte di fresco velluto. Il tempo si inabissa e gli attimi si trasformano in frammenti di eternità.

Jeff Buckley – Dream Brother

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Kennedy, salvaci!

Dopo le ultime affermazioni dei nostri amatissimi ministri, posso solo pensare questo: ma alla Bocconi la laurea si prende con i punti della spesa?

Dato che delle mie conoscenze hanno smentito questa tesi, posso solo supporre che o monti&co. sono dei fottuti ignoranti che ci stanno inculando allegramente oppure monti&co. agiscono per interesse di “qualcuno” (ehm… banche.. ehm… no, signori, non vado a farmi un giro a Dallas).
Ascolto questo discorso di Kennedy per sciacquarmi le orecchie…

BAZINGA!

Per tutti quelli che si sono stancati della logica sempre più commerciale e ripetitiva di Facebook, segnalo la nascita di un nuovo social network: BAZINGA. Il sito è ancora in fase embrionale, ma promette di crescere in maniera esponenziale. Da utente, ho notato che è molto più veloce di Facebook e offre migliori possibilità di personalizzazione. Dateci un’occhiata! 😉

http://bazinga.ning.com/

Link

Serj Tankian – Gate 21

Serj Tankian – Gate 21

….

a volte le parole non sono altro che il frusciare della propria banalità.

Meglio ascoltare 😉

Dread mentale 01

Tratto da uno dei miei tanti dreads mentali

Quello che si definisce blocco dello scrittore. Blocco. È un eufemismo. Un po’ come “missione di pace”. No, non è blocco. È prigionia. La testa satura di pensieri. Valvola di sfogo momentaneamente guasta. E più non la usi e più arrugginisce e più tutto va a puttane. Sono così sospettosa nei confronti di me stessa! A volte, ho paura di perdermi nel mio mare di idee, anzi, di confondere il mio con l’altrui, di comportarmi non per me stessa, ma per gli altri. Se fosse per me, forse, passerei le miei giornate buddhisticamente seduta sotto un albero, a contemplare l’estremo nulla in cui si cela il tutto. Bellissimo. È da un bel po’, in verità, che non parlo con gli alberi e questo è brutto. No, non è cosa buona e giusta. Alcuni dicono che sono pazza. E io dico: “Mai deluderli, ma deludere i potenti, invisibili alcuni”. Essi non contano nient’altro che sui propri giudizi. Ma, in quello scricciolo d’anima in cui si sono annichiliti, ecco, in quello scricciolo d’anima non trovano neanche lo spazio fondamentale per se stessi. Perché c’è un’entità che governa le azioni di ogni individuo medio: gli altri. I terribili, imperturbabili altri. E così ci riduciamo ad una manifestazione non della nostra volontà, ma di ciò che percepiamo gradevole all’opinione collettiva. Opinione, quanto vi è di più personale. Collettiva, ovvero di tutti. Opinione collettiva mi suona un po’ come un ossimoro, un amarissimo ossimoro. Che cazzo ho detto? Ossimoro? Oh my God! Ossimoro! Che brutta parola. Mi ricorda le analisi del testo che ci appioppano a scuola, sai, quelle vivisezioni di poesia che riducono l’arte a concetto e fanno del concetto la verità assoluta. Vorrei tanto fermare questo turbine di pensieri modello Joyce (e ringraziatemi che un automatismo mi impone un minimo di punteggiatura), ma credo proprio che sia impossibile. Credo che adesso spegnerò il computer, ma questi pensieri fluttuanti mi culleranno per tutta la notte. Non molesterò più il sonno altrui con il ticchettio della tastiera, ma nella mia testa ci sarà tempesta, grandinate di idee irrazionali. O brave new world!

La notizia è la notizia

La notizia di oggi è la notizia. Forse, in altri termini, la notizia di oggi è la mancanza di notizie, almeno nel mondo della televisione. I telegiornali si sono ridotti ad un pericoloso miscuglio di cronaca nera e gossip, che stravolge i canoni dell’informazione in nome di una curiosità morbosa, ai limiti dell’assurdo. La Terra è percossa da guerre, fame, problemi ecologici, ma gli spettatori si fermavano solo davanti alle indiscrezioni sull’ultimo delitto e del relativo processo-spettacolo.

La deriva del giornalismo scaturisce da molti fattori: lo share, i sondaggi, le leggi del mercato, l’influenza del potente di turno. Ma esiste anche un nemico nascosto: l’orario. Le principali edizioni dei tg sono quelle delle tredici e delle venti, cioè proprio quando si pranza o si cena.

Potrebbe sembrare inverosimile, ma probabilmente l’involuzione della notizia è in parte incentivata dall’alimentazione degli italiani.

I telegiornali non sono più spinti dalla necessità di comunicare, anche perché ormai sono soppiantati da Internet. Non si piegano all’etica, ma ai numeri.

L’italiano medio che si gusta il filetto non digerisce che un monaco buddhista si sia dato fuoco in Cina né la fame in Darfur gli stimola l’appetito. Così, dopo le solite notizie angoscianti sulla crisi e sugli omicidi più efferati, partono carrellate di servizi sulle feste in spiaggia e sul girovita del principe William. Se avanza tempo, il meteo è un’ottima risorsa: “L’Italia è nella morsa del gelo” in inverno, “E’ arrivato il caldo africano” d’estate, “Non esistono più le mezze stagioni” in autunno e primavera. I telegiornali utilizzano, insomma, la vecchia strategia dei discorsi senza sbocco, che, in mancanza di argomenti, culminano sempre con il tempo. Ma non è in atto una carestia di avvenimenti. Il mondo trema, sussulta, scoppiano rivolte e spariscono interi ecosistemi. Le vere notizie, le notizie da prima pagina, sono appallottolate e buttate nel cestino, per non rovinare l’appetito agli spettatori. A volte, in un attimo di dignità, tra l’analisi scientifica del posteriore di una modella ed i resoconti di un’autopsia, viene mandato in onda un servizio sui problemi reali che sconvolgono la società, con il rischio di ricevere una multa da qualche garante della sensibilità del telespettatore.

Perché nella logica del commercio, dove è più importante il prezzo dell’oro che quello del pane, dove vige la legge del pesce-cane, è fondamentale non scalfire l’autostima. Mangia pure, gentile spettatore, e non avere rimorsi se oggi in Africa sono morti di fame tanti bambini da riempire un asilo, mastica e dimenticati del Tibet, dell’Etiopia, dell’Iran. Il mondo degli affari, anche quelli mediatici, ama le anime intonse, cullate nell’ovatta di ipocrisie, anime di plastica, progettate per pensieri usa-e-getta. 

 

Scritto qualche tempo fa, dopo aver visto Studio Aperto. 

Alla luce degli ideali

La pace… per alcuni è un’utopia e si limitano a fare le spallucce od affidarsi alla benevolenza di Dio o del fato. Per altri, invece è un sogno. C’è differenza? Penso proprio di sì. Nel 1800 certi uomini credevano che volare fosse un’utopia, mentre altri sognavano di librarsi tra i cieli. Questi ultimi si sono cimentati in mille tentativi, a rischio della vita. E ci sono riusciti. Non sempre hanno azzeccato al primo colpo la tecnica ed i mezzi, ma ci sono riusciti, perché credevano nei sogni, non nelle utopie. La pace è un sogno, un sogno perfettamente realizzabile, se solo ci scrollassimo di dosso il fatalismo. E non utilizzassimo come mezzi le bombe……… Sì, è un discorso molto idealistico, modello “mettete le rose nei vostri cannoni”, ma mi piace credere negli ideali. Credo soprattutto negli ideali, forse perché sono come dei fari posti sulle porte della felicità. Ok, ci siamo persi nella nebbia fitta e dolciastra del consumismo. Ma i sogni, i sogni di pace, splendono, al di là della nostra cecità di comodo. E non voglio essere sdolcinata. E’ così, nel mio strano mondo a cui mi piace credere.