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Notte prima degli esami

Cara “Notte-prima-degli-esami”

ma vaffanculo! Non c’è niente di romantico in quest’ansia!

Credo che adesso mi guarderò un film meravigliosamente volgare modello “Dogma” per allentare la tensione. O leggerò qualcosa dell’amico Nietzsche.

Dogma – Il Cristo compagnone

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Maturità – Ogni fine è sempre un inizio

E, poi, emergendo da qualche viaggio nel Paese delle Meraviglie, ti accorgi che domani è il tuo ultimo giorno di liceo. Mi sembra di dover mandare all’ospizio una fase della mia vita. Cinque anni. Cinque anni di proteste e feste, di bui corridoi ed intervalli in cortile. Gli intervalli del liceo, quei cinque minuti impalpabili: non sono mai stati cinque minuti, al massimo quattro minuti e mezzo. E’ un dato scientifico: al suono della campanella, il tempo ingrana la marcia più alta e fanculo i diagrammi di Penrose.

Ed, all’improvviso, tutte le responsabilità, da cui sono sfuggita in questi anni, mi attendono sul portone della scuola. Mi spaventa e, per questo, credo che sarà meraviglioso. Ho sempre odiato le scenette dipinte di rosa pallido: l’incertezza è il mio modo di vivere, tra un verde smeraldo e un blu ciano, tra l’arancione crepitante di un tramonto e l’azzurro cupo delle colline. Ho svoltato l’angolo dell’adolescenza ed, in fondo alla strada, vedo un cartello con sopra scritto: “Maturità”. Sarà un tragitto ancora lungo, costellato di esami e sfide. Mi sembra di essere già a secco, ma, forse, nel mio serbatoio cerebrale è immaganizzato ancora un po’ di carburante della mente.

Pronti… respiro profondo… forse, mi sono resa conto che non sto abbandonando niente, eppure, sto conquistando qualcosa di nuovo. Mai fermarsi, mai!

La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili”

William Burroughs

A scuola di precarietà

La scuola insegna, ma io non l’ho mai capita. E’ una contraddizione, una stupida contraddizione, però perseguita molti studenti. Ad ogni squillo di campanella, sorge la stessa, inevitabile, domanda: che cosa insegna, veramente, la scuola? Latino, matematica, scienze, sì, fino a questo punto è tutto chiaro. Ma in che senso insegna? Ovvero, ci insegna il latino, la matematica, le scienze, o si limita ad inculcarci stralci prefissati di tali materie? La risposta è soprattutto legata all’insegnante e la scuola italiana offre un ampio campionario: docenti brillanti, altri a stento sopportabili, alcuni guidano come la Stella Polare in una tersa notte d’inverno, certi sono delle meteore senza direzione. Ecco il primo insegnamento della scuola: la fortuna, non intesa in senso scaramantico, ma come vera e propria dittatura del caso. Infatti, sezioni diverse corrispondo ad insegnanti diversi, quindi a diversi metodi di spiegazione. A qualcuno capiterà il prof-diamante: lezioni illuminanti, grande comunicabilità, inossidabile chiarezza. Ma se sei sfortunato potrebbe capitarti il prof-ameba: lezioni piatte, estremismo della teoria, della mnemonica, spina staccata dalla macchina della realtà moderna. Quest’ultima categoria ha, di solito, un unico scopo nella proprio monotona vita scolastica: l’esame. Non importa che sia il test di fine capitolo o l’Esame per eccellenza, la maturità: si insegna solo in funzione del superamento di una prova. Non ti spiegano il perché, si tengono alla larga dal come: l’obiettivo è solo l’essenza, l’apprendimento in onore del voto. E la scuola, così, si trasforma in uno strano circo, in cui ti aiutano a stare in equilibrio, come un funambolo, sul filo della vita. Rinunciano a spiegarti come scendere, come assaporare il mondo: l’importante è rimanere lassù, nel sistema già progettato dagli altri. Questa è scuola, sì, ma scuola di precarietà.